Coronavirus, la nuova variante “inglese” è più pericolosa? Proviamo a fare chiarezza

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Il Coronavirus continua a far parlare di sé nel mondo. Si tratta di un virus che sta dimostrando grande capacità di adattamento al corpo degli esseri umani ed è forse questo uno dei fattori che sta rendendo più difficile la strenua lotta dell’uomo per riuscire a debellarlo.

Nelle ultime ore tra la comunità scientifica, ma anche nell’opinione pubblica, si fa un gran parlare della “nuova variante” del virus che si sta diffondendo nel Regno Unito, il ceppo VUI-202012/01.

In cosa differisce dal ceppo del Covid-19 conosciuto fino ad ora? È più pericoloso? Il Corriere della Sera, insieme all’infettivologo Massimo Galli dell’ospedale Sacco di Milano, hanno provato a rispondere a queste domande.

Il primo dato certo, a detta di tutta la comunità scientifica, è che questo nuovo ceppo abbia una velocità di trasmissione sensibilmente maggiore rispetto alla variante precedente, quella che si è sviluppata in Italia e in Europa tra febbraio e marzo. Va detto che la variante “europea” del virus Sars-Cov2 originatosi a Wuhan era già frutto di una mutazione genetica che aveva reso il Coronavirus più “efficiente” del suo predecessore.

Insomma il virus muta velocemente per cercare di adattarsi al meglio alle condizioni di vita. Come spiegato sempre dal primario del Sacco di Milano il virus è mutato almeno altre due volte, nel nordest della Spagna prima della seconda ondata e in Danimarca, quando fu necessario abbattere 17mila visoni dopo che il virus era passato dall’uomo agli animali e da questi di nuovo all’uomo, compiendo delle mutazioni che lo hanno reso in qualche modo più forte.

Secondo l’infettivologo il fatto che il ceppo inglese sia di più rapida trasmissione «non significa che sia più letale». «Il virus muta di più quando replica molto – ha spiegato al Corriere della Sera Federico Perno, direttore dell’Unità di Microbiologia all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma -. Ecco perché la comparsa del ceppo inglese dovrebbe portare a un’accelerazione delle campagne vaccinali, accompagnate da indagini sull’effettiva produzione di anticorpi. È possibile studiare l’efficacia dei vaccini sulla variante anche in laboratorio, ma credo che in questo momento sia più utile concentrarsi sui programmi di immunizzazione, dato che non ci sono evidenze che il virus modificato sia meno sensibile al vaccino. Certo, se i soggetti vaccinati dovessero venire infettati dal nuovo ceppo di Sars-CoV-2 saremmo di fronte a una brutta notizia, ma oggi non c’è ragione di ritenere che questo accadrà».

«Il virus mutato non sembra fare maggiori danni sull’individuo – ha commentato il ministro della Salute Roberto Speranza – ma si propaga più velocemente e questo vuol dire più contagi ed è un problema. Sembrerebbe che i vaccini che sono in fase terminale e che dovrebbero essere approvati dall’Ema il 21 dicembre possano funzionare egualmente anche su questa variante. Ma sono informazioni che dobbiamo ancora rendere più solide».

 

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