Veleni di Quirra, via alle arringhe: «I comandanti vanno assolti» – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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LANUSEI. «I comandanti del Poligono sperimentale interforze del salto di Quirra vanno assolti». La richiesta di assoluzione per Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi, Paolo Ricci, Gianfranco Fois e Fulvio Ragazzon risuona nell’aula al terzo piano del palazzo di giustizia di Lanusei alle 18.30 in punto, a conclusione della prima giornata riservata alla difesa. A chiederlo, dopo una lunghissima arringa tesa a delineare l’estraneità ai fatti contestati dall’accusa nel processo sui veleni di Quirra, l’avvocato Andrea Chelo. Omissione aggravata di cautela è il reato per il quale il pm Biagio Mazzeo ha chiesto pene che vanno dai 3 ai 4 anni e che l’avvocato intende smontare punto dopo punto a partire dai compiti degli alti ufficiali in materia di sicurezza. «Il compito di garantire la sicurezza delle attività militari nella base era dei reparti che svolgevano le esercitazioni» ha detto il difensore. «Anziché affidarsi alle ricostruzioni fantasiose di un testimone che in aula si è rimangiato le dichiarazioni fatte per compiacere un amico, sarebbe bastato acquisire la documentazione che abbiamo prodotto per capire quanto fosse risolutiva ai fini dell’accertamento dei fatti» prosegue Chelo che non smette di ribadire come il ruolo dei vertici del Pisq fosse quello di sgomberare la zona e che ciò veniva attuato attraverso l’ordinanza di interdizione delle aree. Circostanza da considerare anche per l’accusa di non aver interdetto ai pastori e ai civili le zone delle attività. Alle conclusioni l’avvocato arriva dopo essersi soffermato sull’elemento psicologico, quello che dovrebbe contraddistinguere il dolo. «Si contesta l’omessa segnalazione di pericolo in zona ad alta intensità militare ma, in assenza di contaminazione non sussistevano le esigenze di posizionare segnali di pericolo», sottolinea ancora il difensore che ribadisce la mancanza di inquinamento da attività militari, evidenziate – a suo dire – da innumerevoli relazioni. «Non esistono perizie che evidenzino il pericolo chimico o radioattivo. Se non c’è pericolo non sussiste l’obbligo di segnalarlo». Ancora, cita il perito Mario Mariani «che demolisce l’ ipotesi di disastro ambientale». Quello stesso disastro che pur non essendo contestato come reato è presente nei capi di imputazione. «L’inquinamento è imputabile a fattori preesistenti. Gli elementi riscontarti, isotopicamente presenti sia nel Pisq sia all’esterno, sono di origine naturale o mineraria». Snocciola numeri: le analisi su 1365 campioni di suolo, eseguite con metodiche differenti hanno raffigurato un quadro geologico complesso con inquinamento derivava dall’attività mineraria. «Il torio presente 897 volte su 1365, si attesta su valori che si trovano su altri terreni con quelle caratteristiche. Questo processo è nato sulla scia della ricerca dell’uranio impoverito. Quando ci si è resi conto che non era mai stato usato è cambiata la contestazione e ci si è rivolti verso il torio, rinvenuto con una metodica che non prevedeva il bianco quindi inattendibile nelle tibie di persone decedute per tumore» dice Chelo,che mira a disintegrare la tesi del fisico Evandro Lodi Rizzini, consulente della Procura. La discussione riprenderà questa mattina.

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