“Sa tràmuda” dei pastori dai monti al Campidano – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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FONNI. Si è tenuto davanti a un caminetto scoppiettante, il primo appuntamento della tre giorni “Alla riscoperta delle vie della transumanza dei pastori della Barbagia”. Ma non sono stati “contos de foghile” quelli narrati dai pastori che sa tràmuda l’hanno praticata e vissuta sulla propria pelle. Piuttosto racconti di sacrifici inumani, dove l’obbligo ineludibile era l’andare, a qualunque costo, in qualsiasi condizione, verso qualunque meta. Perché non c’era una alternativa, se non quella di morire sul posto. Alle soglie dell’inverno, infatti, i pascoli fiorenti e rigogliosi in primavera, e ancora sfruttabili d’estate, diventavano totalmente inutilizzabili, perché ormai spogli e in procinto di essere coperti dal gelo e dalla neve. E per i pastori fonnesi restare significava perdere il gregge insieme a tutto il resto, compreso il pane per la famiglia. Così come per l’economia del paese, che di pecore ne contava 90mila, l’ipotesi solamente teorica del non andare, avrebbe significato il tracollo certo. «Perciò a volte si partiva anche senza contratto (indispensabile per avere la certezza della disponibilità del pascolo di destinazione) – ha raccontato Raffaele (Boele) Mattu, 70 anni – perché in qualche modo ci si sarebbe arrangiati, e perché in ogni caso, qualunque prospettiva, anche la più incerta, era migliore di quella del restare».

«E si partiva anche senza conoscere il percorso – ha aggiunto Salvatore (Bobore) Gregu, 73 anni, che la sua prima transumanza l’ha fatta a 11 anni – per fortuna c’erano le pecore che ti guidavano». Quelle pecore che hanno una resistenza oltre ogni umana immaginazione, «mangiano e camminano, non si fermano mai, e il pastore gli deve stare dietro anche per diversi giorni, con brevissime fermate nei punti programmati per la sosta, ma senza dormire mai».

Per non parlare dei pericoli lungo il percorso, con furti del bestiame e cattivi incontri. «Una volta – ricorda Mattu – sulla scala di Tiana ci passò davanti una mandria di giovenche con dietro degli uomini armati. Immediatamente mio padre mi fece acquattare e fare silenzio, perché in quei casi era meglio non vedere e non sentire». E poi, il perenne conflitto fra pastore e agricoltore. «Il passaggio più complicato – ha ricordato Michele (Micheli) Coccollone, titolare di una moderna azienda in territorio di Siamaggiore, tappa obbligata di tutti i pastori transumanti – era quello nella Trexenta, dove le greggi arrivavano nel periodo in cui il grano stava spuntando. Le pecore non mangiano i germogli, ma creano innegabili danni al loro passaggio. Così bisognava passare di notte, e qualche volta la spuntava il pastore, qualche altra il contadino». Poi, finalmente, in primavera si rientrava. «Chi aveva terreni propri – precisa Salvatore Gregu – ai primi di maggio, chi andava sui fondi comunali, prima il 25 e poi il 18 dello stesso mese». E a quel punto era festa grande, con “sa die primaggia”, il primo giorno del rientro, in cui i bambini portavano una pignatta di latte al vicinato, ricevendone in cambio piccoli oboli. Con le famiglie che si ricomponevano, dopo i sacrifici compiuti dalle donne che da sole avevano dovuto mandare avanti la casa e i figli. E con la festa dei Martiri, che prima si teneva nell’ultima domenica di maggio, e che poi è stata spostata alla prima domenica di giugno, proprio per consentire ai pastori che rientravano di poterci partecipare.

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