Quella notte di paura con i rapinatori

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NUORO. Il tempo trascorso ha sicuramente offuscato e sbiadito quella terribile esperienza. A dimostrarlo i “non ricordo” e i tanti dettagli affidati alle dichiarazioni rilasciate agli inquirenti qualche ora dopo il sequestro lampo e la rapina messa a segno dai banditi 13 anni fa, alla filiale della Banca Intesa di Orosei. Ieri mattina davanti alla Corte d’Assise di Nuoro è entrato nel vivo il processo a carico di Giovanni Sanna “Fracassu”, 51 anni di Macomer, (anche unico imputato a Sassari nel terzo processo per il sequestro di Titti Pinna), e Graziano Pinna, 41 anni di Nuoro, ritenuti dal procuratore aggiunto della Dda di Cagliari, Gilberto Ganassi, gli autori del sequestro a scopo di estorsione. Sanna è difeso dall’avvocata Desolina Farris, Pinna dall’avvocato Aurelio Schintu. Ieri sono stati sentiti i primi testimoni: Gian Paolo Cosseddu, direttore dell’istituto di credito e il cassiere, Marco Palimodde. Citata anche Pietrina Secce, moglie del funzionario, ma in corso di udienza le parti hanno deciso che poteva non essere sentita in quanto sarebbe bastato acquisire i verbali di sommarie informazioni.

Così il primo a deporre è stato il direttore che ha ripercorso i momenti della sera del 3 ottobre 2007, quando tre banditi mascherati avevano fatto irruzione nella sua casa di Galtellì e lì erano rimasti tutta la notte, tenendo lui e la moglie sotto la minaccia delle armi. Tre individui che per distinguerli erano stati indicati dagli ostaggi come: “il saggio”, che era anche il più grande di età; “il giovane”, alto e agile e alla sua prima rapina, diceva; il terzo, “il nervoso”. Tutti indossavano pantaloni di velluto e i classici scarponi di cuoio, “sos cussinzos”. Sul volto passamontagna artigianali. Parlavano in italiano, giusto qualche parola in sardo, con una cadenza non baroniese, forse, più tipicamente barbaricina. Ttra loro comunicavano in codice: quando dicevano «Stiamo andando al bar» significava che si stavano recando in banca. Uno della banda, “il caporale” veniva sentito solo tramite ricetrasmittente. Un “palo” che da distanza seguiva i movimenti dei complici e anticipava il loro passaggio, assicurando che la strada fosse libera. «Il 3 ottobre ero andato al lavoro ma la sera ero rientrato un po’ prima a casa, una villetta in periferia, in località Sa mendula, perché avevo appuntamento con l’elettricista – ha raccontato Cosseddu –. Poi dovevo guardare una partita in Tv. Intorno alle 21.15, poco prima di cena, il cane aveva iniziato ad abbaiare insistentemente. Ero uscito in giardino per farlo tacere e vicino al muretto avevo notato delle persone armate e con il volto coperto. Uno imbracciava una mitraglietta, gli altri impugnavano delle pistole. Era uscita anche mia moglie che poi aveva avuto un malore. Sotto la minaccia delle armi ci avevano fatti rientrare in casa dicendoci che volevano solo i soldi della banca». In quel momento aveva avuto inizio l’incubo per i coniugi Cosseddu-Secce. Un’angoscia durata l’intera notte in compagnia di uomini armati che, impazienti, volevano entrare subito in azione. «Avevo dovuto spiegare loro i tempi di apertura della cassaforte e dell’impianto d’allarme che, collegato all’ingresso, sarebbe scattato immediatamente – ha aggiunto il direttore –. Mi avevano costretto a chiamare il cassiere per dirgli di arrivare presto l’indomani. Solo il “saggio” mi dava retta e faceva ragionare gli altri». Era ancora buio il 4 ottobre quando il direttore dell’istituto, la moglie e due banditi avevano lasciato la casa di Sa mendula per raggiungere Orosei. «Con la mia auto avevamo fatto giri a vuoto prima di entrare in banca – ha concluso Cosseddu –. Ci seguiva un fuoristrada mentre “il caporale” indicava a distanza quando potevamo fermarci». Solo l’arrivo del cassiere, alle 7.30, aveva permesso l’apertura dei blindati. I banditi avevano portato via 45mila euro; erano scappati dopo aver rinchiuso gli ostaggi in bagno ed essersi raccomandati di non dare subito l’allarme.

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