Pestaggio di un detenuto, agenti indagati – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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NUORO. Badu ’e Carros e il sistema carcerario sono ancora una volta al centro di una bufera: nove agenti penitenziari, 5 del carcere di Uta e 4 in servizio nel penitenziario di Badu ’e Carros, a Nuoro, sono sotto inchiesta perché ritenuti autori di un pestaggio nei confronti di un detenuto. Un episodio accaduto il 12 agosto scorso nel carcere di Nuoro, e per il quale il sostituto procuratore Riccardo Belfiori ha depositato l’avviso di fine indagini. A otto degli indagati viene contestato il reato di lesioni aggravate, visto che il detenuto, Luca Leke, albanese di 37 anni, trasferito dal carcere di Uta a Badu ’e Carros, al suo arrivo in questo ultimo istituto aveva riportato lesioni superiori ai 40 giorni; con le aggravanti dell’utilizzo dei manganelli, portati all’interno di Badu ’e Carros senza l’autorizzazione specifica del direttore, dell’aver agito in più persone e con particolare crudeltà e violenza, e dell’abuso dell’autorità. Gli indagati sono gli ispettori Arnaldo Boi, di Capoterra e Graziano Falchi di Bolotana, il primo componente della squadra partita da Uta e il secondo in servizio a Badu ’e Carros; quindi, Alessandro Carta di Serdiana, Gianfranco Antonio Farris di Siniscola, Fabio Piras di Gavoi, Alessandro Virdis di Bono, Raffaele Medda di Assemini, Augusto Adriano Ferrante di Capoterra. Boi, e Ferrante, con Edoardo Leonardo (di Assemini), sono anche indagati per falso: avrebbero sostenuto che i manganelli sarebbero stati portati nel carcere di Nuoro solo per pochi istanti. Il fatto è che quei manganelli non sarebbero mai e poi mai dovuti entrare nel carcere: intanto perché soltanto il direttore dell’Istituto ne può autorizzare l’utilizzo, trattandosi di armi vere e proprie, e dell’autorizzazione deve restare traccia scritta. Cosa che la direttrice di Badu’e Carros, Patrizia Incollu, che era in servizio, non fece, visto che non le fu rivolta la richiesta.

Non solo i manganelli non sarebbero dovuti entrare. Certamente non si sarebbero dovuti usare per pestare il detenuto (ora trasferito a Sassari). Fratture, ecchimosi, lesioni multiple: un accanimento che ha riportato d’attualità le ferite aperte dal recente caso del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Una storiaccia di violenze impressionanti nei confronti di detenuti, di cui sono accusati 75 esponenti dell’amministrazione penitenziaria; fatti definiti dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia «una ferita gravissima alla dignità della persona, pietra angolare della nostra Costituzione».

Ora gli indagati hanno venti giorni di tempo per presentare memorie e chiedere di essere ascoltati dal pubblico ministero. Nel frattempo è in corso il procedimento disciplinare aperto dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

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