Omicidio Sedda, negata la revisione del processo – Pescheria di via Tirso – Tortolì

  • di

NUORO. Tre goccioline di sangue non bastano per ribaltare il giudizio definitivo di colpevolezza, per Gianfranco Cherubini, per l’omicidio della moglie Maria Pina Sedda. I giudici della IV sezione della Corte d’appello di Roma hanno ritenuto inammissibile l’istanza di revisione del processo presentata da Cherubini, che oggi ha 61 anni, e sta scontando dannato all’ergastolo per aver ucciso la moglie Maria Pina Sedda, il 23 luglio del 2002, nella cantina de palazzo di via Fiume in cui vivevano a Nuoro. L’istanza era stata proposta da Cherubini alla Corte d’appello di Roma, IV sezione, attraverso l’avvocato Luigi Alfano del Foro di Nocera Inferiore. La richiesta di revisione era basata sull’analisi di tre tracce di sangue rilevate all’interno del condominio di via Fiume teatro dell’omicidio. Quel sangue, come evidenziato dalla prova del Dna eseguita dal genetista forense Eugenio D’Orio, non era attribuibile a Gianfranco Cherubini. Le gocce erano state rinvenute nelle scale interne al condominio e collocate dalla difesa in quella che si ritiene esser stata la via di fuga dell’omicida, che sarebbe stato ferito dalla povera Maria Pina Sedda, aggredita nella cantina. Di fatto, nella richiesta di revisione si assumevano quali presupposti che quelle gocce ritrovate fossero successive all’uccisione di Maria Pina Sedda, che la donna avesse avuto una reazione o che il suo assassino si fosse magari accidentalmente ferito, e che quella, le scale interne, fossero la via di fuga dell’assassino. Escludendo che il sangue appartenesse a Cherubini, come dimostrato dalla perizia del Dna, ecco la prova nuova, sulla quale chiedere la revisione.

Ma la Corte d’appello sul punto è stata di tutt’altro avviso. Ha accolto la tesi prospettata dall’avvocato Gianluigi Mastio, legale di parte civile per la madre, le sorelle e la figlia di Maria Pina Sedda (all’epoca dei fatti aveva 4 anni), che aveva sostenuto l’inammissibilità della revisione. La stessa tesi è stata recepita dal procuratore generale Andrea De Gasperis. «Si assume per scontato un fatto che invece, avrebbe dovuto essere dimostrato rigorosamente: il collegamento tra le tre tracce ematiche e la dinamica del fatto criminoso, che invece è stato ricostruito mediante una serie di “premesse” del tutto indimostrate e indimostrabili», scrivono i giudici nell’ordinanza. Aggiungendo che la difesa si basa su «una mera congettura, priva di rilevanza probatoria e scientifica, fondata sul fatto che dette tracce ematiche: “per la loro pluralità e la loro disposizione spaziale (sulla scala interna al palazzo dove avvenne l’omicidio), tenuto conto delle modalità cruente di aggressione rappresentano i movimenti dell’offender, ferito per la colluttazione con la vittima, posti in essere dopo il delitto”. Detta tesi è del tutto indimostrata». E non supera quanto emerso durante il processo, in particolare che il delitto fu commesso in concorso con una persona rimasta ignota – sue le tracce di sangue? O di chiunque altro frequentasse lo stabile e le cantine? –, quindi, le due testimoni oculari che quel giorno videro Cherubini allontanarsi dall’ingresso secondario del palazzo, con un’altra persona.

«L’esito non poteva che essere questo, eravamo fiduciosi che la Corte avrebbe valutato con attenzione le nostre ragioni senza attribuire alcun significato agli elementi del tutto inconsistenti alla base dell’istanza di revisione –, ha detto l’avvocato Mastio –. Speriamo che si chiuda definitivamente questa vicenda, che è servita a infliggere inutilmente nuove ferite ai familiari di Maria Pina Sedda e alla figlia».

Per la difesa di Cherubini, la possibilità di un ricorso. Intanto, per ora, resta la sentenza di condanna all’ergastolo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

– Guarda le Offerte della Pescheria di via Tirso – Tortolì

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *