Oggi a Cagliari ho conosciuto una persona. E di questi tempi è una cosa rara (e preziosa)

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Oggi ho conosciuto una persona. In tempi normali sarebbe una cosa quasi banale, oggigiorno sembra un evento.

Lo sfondo di questa rara manifestazione di socializzazione è stato quello dei test sierologici che la rete di solidarietà sociale Ad Adiuvandum – in collaborazione con la Regione Sardegna, il ministero della Difesa, le Forze Armate ed altri promotori – ha messo a disposizione gratuitamente ai cittadini che ne facessero richiesta. Una lunga coda di persone stamattina, opportunamente distanziate e con la mascherina indosso, si è sistemata pazientemente fuori dall’Ospedale militare, tra via Ospedale e via Azuni, in attesta di sottoporsi all’esame.

Fatto sta che nell’attesa compare lui, l’uomo che mi precede in coda. 87 anni sulla carta d’identità, una decina in meno per fisico e mente. Ha visto la guerra, ha cresciuto dei figli in gamba e ha svolto il suo lavoro di ragioniere. Sangue ogliastrino, ma stampacino dal 1945, quando in migliaia giunsero nel capoluogo per ricostruire una piccola capitale ferita e distrutta. All’ombra della splendida chiesa di San Michele, tra via Azuni e via Ospedale, mi ha raccontato della sua gioventù trascorsa in quei vicoli, allora “malandrini” (così li ha definiti lui). Della sua casa con ingresso in via Porto Scalas e affaccio nel corso. Del suo monopattino molto più rudimentale di quello mio, elettrico, che ha osservato con fiducia e ottimismo. Anche perché dopo qualche chiacchiera mi ha confessato di guidare un’auto elettrica e di avere i pannelli fotovoltaici da più di 20 anni. Un vero e proprio pioniere dell’energia rinnovabile, con una memoria cristallina e una mente arzilla e brillante.

«Quando arrivai con la mia famiglia in questo quartiere c’era una grande energia, c’era la voglia di ripartire, di ricostruire tutto. Era bello», mi ha detto con gli occhi che sorridevano sinceri al posto delle labbra, nascoste dalla mascherina.

Mi ha poi raccontato di quando per Pasqua il prete si posizionava sul pulpito del portico di San Michele per dare la benedizione alle folle ammassate tra i gradini e la strada, dove le macchine erano poche e le persone erano tante. Quando ci si poteva ammassare senza problemi, non come in questo gramo 2020.

Aveva voglia di parlare e io di ascoltare, ed è forse questo ciò che ci manca di più e che dobbiamo riprenderci al più presto, partecipando tutti insieme alla sconfitta di questo virus, nemico dell’uomo e della sua natura di essere sociale.

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