Molestie sessuali: «8 mesi per Cadeddu» – Pescheria di via Tirso – Tortolì

  • di

NUORO. «Ogni volta in cui noi ci troviamo difronte a un processo per condotte che sfiorano la sfera sessuale della persona offesa, si tira fuori dal cilindro la parola vendetta e argomenti atti a insinuare il dubbio e minarne la figura. Dubbi, però, che devono essere calati nella realtà dei fatti e oggi, posso ritenere che la ricostruzione della vendetta non ci sia per motivi logici». Il pubblico ministero Giorgio Bocciarelli dopo aver focalizzato l’attenzione sui punti cruciali dell’istruttoria dibattimentale, rivolgendosi al tribunale collegiale (presidente Cannas a latere Ferrando e Falchi Delitala) ha chiesto una sentenza di condanna a 8 mesi per Roberto Cadeddu, presidente della Confesercenti (difeso dagli avvocati Gianfranco Mattana e Luca Pennisi), accusato di molestie sessuali nei confronti di una dipendente, e riqualificate in sede di requisitoria in tentate.

«La parte offesa, secondo la ricostruzione fatta dalla difesa e dallo stesso imputato – ha detto il pm – avrebbe montato questa pantomima per la perdita del posto di lavoro. Eppure, nonostante le fosse capitato altre volte, mai aveva presentato denunce di questo tipo. Oppure dobbiamo discutere di una vendetta per il prelievo dalla cassa di 5 o forse 10 euro? O dei rapporti conflittuali tra la dipendente e la figlia del datore di lavoro? L’imputato con le dichiarazioni odierne, ha fatto emergere l’incapacità lavorativa della parte offesa, la sua scarsa professionalità che, al contrario, non è emersa dal contenuto della deposizione dell’ultimo teste, Fabio Rosas che il giorno che accaddero i fatti aveva prenotato una cena nel locale di Cadeddu, elogiato tutti i dipendenti, compresa la persona offesa». Quindi l’accusa, ritenendo «assurdo e illogico» che la dipendente, a rapporto di lavoro non ancora concluso, si potesse vendicare con il datore, ha definito non giusta la versione fornita da Roberto Cadeddu. A provarlo, per il pm, le dichiarazioni rese da un’altra dipendente, Barbara Carta, teste attorno al quale ruota la vicenda. «La ricostruzione dei fatti – ha detto Bocciarelli – si gioca tra dettagli e momenti che, se non colti, forniscono una versione sbagliata di quanto è accaduto. La Carta ricorda bene il 24 maggio 2017: la mattina era di turno la parte offesa che ad un certo punto era salita in magazzino insieme al datore di lavoro per portare giù uno scaffale. La teste racconta di aver chiamato la collega perché lei era rimasta sola nel locale dove c’erano diversi clienti. Ricorda bene di quando la ragazza era scesa e le aveva raccontato che era stata importunata dal Cadeddu, che aveva tentato di baciarla dicendole di voler andare a riposare con lei. È sempre la Carta che parla dello stato alterato della ragazza, all’inizio stupita e agitata, perché non sapeva come comportarsi nei giorni a seguire. La teste – ha aggiunto l’accusa – colloca la presenza nel magazzino della figlia del datore di lavoro e dell’amico, in un momento successivo. Oggi – ha concluso il pm – lo stesso imputato ha sconfessato la figlia che in aula ha raccontato una versione dei fatti basata solo su menzogne». Motivo per il quale Bocciarelli ha inviato gli atti in Procura per falsa testimonianza. La parola è passata poi alla parte civile. «Il racconto della ragazza è genuino e costante nel tempo – ha detto l’avvocato Adriano Catte che si è poi associato alle richieste del pm – . L’ipotesi che il fatto non sia avvenuto ci porta a chiedere perché la parte offesa l’abbia raccontato. In verità – ha aggiunto il legale – il 24 maggio la ragazza non era stata licenziata. Se così fosse stato l’avrebbe inteso come immediato e non postumo. Sarebbe stato illogico da parte sua preoccuparsi di come fare nei giorni successivi all’accaduto». Il 31 marzo le arringhe della difesa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

– Guarda le Offerte della Pescheria di via Tirso – Tortolì

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *