Minacciò una coppia, il pm: condanna – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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NUORO. Ha chiesto di rilasciare dichiarazioni spontanee Guido Cherchi, il giovane di Siniscola difeso dall’avvocato Fabio Varone, accusato di tentata estorsione, minacce e porto illegale di arma. «So di aver sbagliato. In quel momento, dopo che Gianluca Lippi mi ha sparato, non ho visto alternative e sono andato a casa a prendere il fucile di mio padre che era smontato. Avevo paura che lui mi raggiungesse. Ho agito d’impulso». Davanti al collegio presieduto da Giorgio Cannas ieri dopo la chiusura del dibattimento si è aperta la discussione. Il pm Ireno Satta che ha esordito dicendo che all’esito dell’istruttoria dibattimentale riteneva provata la responsabilità dell’imputato in ordine a tutti i fatti contestati, ne ha chiesto la condanna a 6 anni e 10 mesi. Durante la requisitoria ha ripercorso ricostruito i fatti accaduti la notte del 1 ottobre 2019 a Siniscola, a seguito della richiesta di intervento dei carabinieri da parte di Barbara Todde e di Gianluca Lippi (parte civile con l’avvocato Merlini che si è associato alle richieste del pm), dai quali l’imputato pretendeva 1.500 euro, quale debito residuo dell’acquisto di una vettura. «Quella sera Cherchi si era recato a casa di Lippi e i due avevano avuto una discussione. Cherchi era aggressivo perciò – ha detto il pm – Lippi aveva usato dei petardi per farlo allontanare. Quindi l’imputato era andato via minacciando il successivo ritorno: ha avuto tutto il tempo di tornare a casa, prendere il fucile del padre e minacciare di morte Lippi e la sua famiglia. Cherchi era stato trovato dai carabinieri a breve distanza dall’abitazione di Lippi; a un metro da lui il fucile smontato. A seguito di una perquisizione a casa erano state trovate le cartucce». L’avvocato Varone, proprio in merito alle cartucce, ha sottolineato che l’imputato nell’immediatezza del fatto, era stato trovato senza. «Le cartucce non c’erano, l’arma non era assemblata, né assemblabile – ha detto il legale nel tentativo di smontare l’impianto accusatorio – quindi al di là dell’astratta idoneità allo sparo non sussiste il porto. Il reato – ha aggiunto Varone – è attenuato in relazione alla quantità e qualità dell’arma». Sulla tentata estorsione il difensore ha evidenziato che il reato non può essere commesso solo da chi vanta la pretesa creditoria, ma può essere commesso anche nell’interesse del titolare della pretesa creditoria. Ha quindi chiesto al giudice, riconosciuta la provocazione e le attenuanti generiche, il minimo della pena per il suo assisto. Il processo è stato rinviato per eventuali repliche. (k.s.)

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