Mamone strage di pecore aggredite dai randagi – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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ONANÌ. Nella Casa di reclusione all’aperto di Mamone, che con i suoi 2700 ettari in territorio di Onanì è la più estesa d’Europa, è allarme per i cani randagi e le aggressioni al bestiame, L’ultimo episodio risale a due notti fa. 84 pecore allevate nella Colonia agricola sono state sbranate da un branco di cani randagi. Non è la prima volta che succede, anzi, è l’ultima delle aggressioni che si registrano al bestiame della Casa di reclusione e nelle zone attorno. Le pecore erano dentro una stalla nella diramazione S’Alcra. I cani hanno scavato sotto la recinzione e sono entrati. La maggior parte dei capi sono morti dopo esser stati azzannati, altri sono morti per la paura e altri ancora e calpestandosi fra di loro nel tentativo di evitare i cani.

Il fatto è che i randagi sono tanti, troppi, e gli attacchi al bestiame cominciano a far surriscaldare gli animi. Qualche giorno fa, un allevatore al quale i randagi hanno ucciso una quindicina di capi bestiame, ha compiuto un gesto plateale, abbandonando le carcasse davanti all’ingresso della Casa di reclusione.

Ecco perché il segretario regionale della Cisl-Federazione nazionale sicurezza Giovanni Villa, ha scritto al prefetto di Nuoro Rotondi, ai sindaci di Onanì, Michelangeli e a quello di Bitti, Ciccolini, alla direttrice della Casa di reclusione Incollu e al provveditore penitenziario regionale Veneziano. «Il prefetto era già intervenuto e dopo un incontro con l’amministrazione di Onanì alcuni cuccioli erano stati catturati e portati via. Resta però il problema dei cani adulti, che sono almeno una quarantina e sono qui», sottolinea Villa. Negli ultimi mesi si contano circa 300, tra pecore e capre, uccise dai cani randagi. In parte bestiame riconducibile alla Colonia agricola – dove vengono allevate un migliaio di pecore e 330 mucche –, ma in parte anche di allevatori della zona.

Ma il problema non è solo l’uccisione del bestiame. Si pone una questione di incolumità degli stessi detenuti che lavorano all’aperto, ma anche del personale penitenziario.

«Siamo molto preoccupati, serve un intervento deciso per risolvere la situazione», dice ancora Villa. Un gruppo di cani è stato confinato un una zona della Casa di reclusione, ma non potranno stare lì all’infinito. Bisognerà intervenire e dar loro una sistemazione in un canile.

E così Mamone affronta un nuovo problema, in aggiunta ai tanti che hanno, attraverso gli anni, bloccato la possibilità di rendere questa singolare “azienda” più produttiva e in grado di dare risposte economiche al territorio. Basti pensare che dei 2700 ettari, soltanto 700 sono utilizzati per pascolo. E le produzioni, i formaggi, l’olio, la carne, gli ortaggi, non hanno mercato se non per poche realtà turistiche della costa. E nemmeno finiscono sulle tavole della mensa, dei detenuti e degli agenti. Vietato crescere, a Mamone. E ora, anche la questione irrisolta dei cani randagi.

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