Macomer, vino e turismo contro lo spopolamento – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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MACOMER. Alla veneranda età di 87 anni, di cui 45 trascorsi al servizio della viticoltura sarda, il presidente della Cantina sociale di Santadi è pronto a un’altra sfida. Ma in questa nuova avventura, la costituzione della Rete enoturistica regionale, Antonello Pilloni, non sarà solo. Il decano delle cantine isolane, cartellina sotto braccio e spilla della Sardegna sul bavero della giacca si è presentato puntuale a Macomer all’appuntamento di venerdì scorso, nello studio del notaio Gianni Fancello, per sottoscrivere l’atto costitutivo dell’associazione nata sotto la regia di Laore. «Questa è una grande occasione per tutta l’isola», dice. Con lui tante donne, segno del cambiamento dei tempi che affidano alla componente femminile le sorti delle 40 aziende con alle spalle esperienze di accoglienza e ospitalità, esperienze che la Rete vuole mettere a sistema e valorizzare per affrontare il mercato con una proposta organica elaborata dal funzionario dell’Agenzia, Luigi Cau. Delle prospettive di sviluppo del settore è convinto il docente di Economia dell’università di Sassari, Carlo Marcetti. Il professore, con l’operatrice turistica Anna Maria Fara, componente tecnico nel consiglio direttivo a 11 che breve eleggerà il presidente della Rete, all’enoturismo ha dedicato studi e ricerche. «L’enoturismo – sottolinea – è un antidoto allo spopolamento nelle zone interne. Possiamo parlare di un’integrazione del reddito pari al 25-30 per cento». Marcetti punta sull’interconnessione tra territori, ognuno dei quali ha peculiarità da offrire a diversi target turistici. Nella rete ci sono praticamente tutti i territori: le cantine della Gallura che da una parte si affacciano sulle celebratissime coste e dall’altra sul mondo ameno degli stazzi, o l’Ogliastra con il suo ambiente incontaminato. E che dire di quell’immenso patrimonio archeologico che caratterizza ogni angolo dell’isola? A Sant’Antioco le distese di vigne a piede franco della cantina Sardus Pater si stagliano a poca distanza dalle suggestioni di un passato misterioso. «Per le caratteristiche delle vigne è come se bevessimo il vino nuragico», dice il presidente Raffaele De Matteis. Gli appassionati dopo la degustazione di un Carignano in purezza e dei prodotti locali potranno visitare il tophet fenicio e il museo archeologico. Nel Mandrolisai, dove il vino fa rima anche con cultura (musicale) l’offerta è indirizzata anche ai musicofili. «L’ascolto di musica può cambiare la percezione gustativa di ciò che si mangia e si beve, così come la degustazione di un vino dipende molto dal contesto nel quale viene servito e dall’atmosfera più o meno coinvolgente che viene a crearsi», spiega Salvatore Corona uno dei soci della cantina Bingiaters (Ortueri) e organizzatore del festival estivo Lollore Blues. Insomma ogni territorio ha qualcosa di unico da offrire al viaggiatore a partire – sottolinea ancora Marcetti – dagli oltre 100 vitigni autoctoni. Ogni cantina, dalla più piccola alla più grande delle 300 realtà, può dare il suo contributo allo sviluppo di un settore in cui il fil rouge è rappresentato dal vino. Obiettivo? Promuovere le risorse ambientali, paesaggistiche, culturali, enogastronomiche presenti in tutti territori viticoli della Sardegna, nessuno escluso. E produrre reddito.

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