Lo sapevate? Quando l’amore era una questione di famiglia: l’antico fidanzamento villagrandese – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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Oggi, quando due persone ritengono che i tempi siano maturi per convolare a nozze, ne parlano con emozione, certo, ma senza particolari problemi. Non esiste una regola. Dal classico anello dentro il dessert – metodo certamente romantico ma che rischia anche di mandare a monte tutto, causa soffocamento – alle proposte fatte in ginocchio.

Ci sono anche coppie che ne parlano in modo normale, come stessero decidendo quale tavolino comprare per dare al salotto un tocco moderno. In tutti i casi, raramente di questi tempi vengono coinvolti mamma e papà. Ecco perché sembra assai strano quando si scopre che nell’antichità – si parla di più di un secolo fa – le proposte di matrimonio passavano attraverso la famiglia.

Quando un ragazzo si innamorava di una ragazza – innamoramento che comunque non si basava sulla simpatia, visto che non si potevano avere contatti – mandava la madre a chiedere la sua mano. La famiglia della ragazza, dopo aver ricevuto la visita, si prendeva del tempo per pensare. Non si capisce bene che ruolo avesse la forse futura sposa in tutto questo – se potesse decidere attivamente o se dovesse farsi da parte per lasciar decidere chi del mondo aveva più esperienza –, è comunque probabile che il passato del ragazzo venisse scandagliato con certosina precisione. Trascorso un determinato tempo, la madre del (forse) futuro sposo ritornava alla casa di colei che voleva diventasse sua nuora. Se le indagini sul ragazzo avevano dato esito positivo, la famiglia della sposa manifestava il suo consenso. In caso contrario, tra le famiglie si stabiliva un astio un po’ nascosto – anche perché era bene che non si sapesse in giro –: il silenzio era uno dei valori preferiti, all’epoca.

In caso di “sì, accettiamo”, il ragazzo doveva presentarsi lì, dalla famiglia della sua amata, affinché avvenisse il rito della conoscenza.

Il promesso sposo doveva recarsi a casa della promessa sposa a tarda notte. Era inoltre necessario che nessuno lo vedesse. Potrebbe sembrare assurdo ma, se qualcuno lo avesse visto, lui avrebbe dovuto immediatamente cambiare strada. Far finta di dirigersi da qualche altra parte, insomma. Anche quando andava via, ci si doveva assicurare che nessuno potesse inquadrare la scena. Doveva essere veloce, agile. Doveva sparire nella notte come un gatto. Questo avveniva per qualche tempo, finché non era fissata la data del fidanzamento ufficiale. Sia prima che dopo il fidanzamento ufficiale i due giovani non potevano stare da soli. Niente passeggiate mano nella mano, niente baci al chiaro di luna. Una scorta attenta – di solito le sorelle della sposa – accompagnava ogni loro passo con attenzione.

Il fidanzamento doveva essere celebrato in giorni particolari, né il venerdì né il martedì, questo per scongiurare la sfortuna.

Il giorno del fidanzamento in casa, lo sposo andava dalla sposa accompagnato dalla mamma e da altri parenti (che dovevano essere rigorosamente dispari). Avveniva il primo bacio davanti a tutti e si pronunciavano formule particolari che alludevano alla futura vita insieme. La cena non prevedeva carne. Ci si scambiavano dei regali.

Il fidanzamento ufficiale, invece, consisteva nell’andare in chiesa insieme, sempre accompagnati dai parenti. Questo periodo di transizione, di conoscenza, durava in genere qualche anno. Nel frattempo, si preparavano i relativi corredi.

Un’antica leggenda voleva che, per chiedere la mano a una ragazza, un ragazzo potesse mettere fuori da casa sua un tronco con il suo nome inciso sopra. Se la ragazza era d’accordo, portava dentro il tronco. In caso contrario, il rifiuto aveva il sapore di un legno lasciato fuori da una porta.

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