L’infettivologo Angioni: “Zone colorate? Fallimento. Chiudere tutto per un mese unica strada”

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Chiudere tutto per un mese e vaccinare il più possibile: questa secondo l’infettivologo e responsabile del reparto di Malattie Infettive del Santissima Trinità Goffredo Angioni l’unica strada percorribile per frenare i contagi.

«Sardegna, 17 gennaio. 202 casi, 5 morti. Ieri 368 casi e 10 morti. Il 20 dicembre, prima di Natale, prima delle astruse regole natalizie del Governo, 311 casi e 7 morti. Il 30 novembre 329 casi e 8 morti. Non c’è alcun dubbio, che almeno in Sardegna, la strategia delle regioni colorate non sta dando alcun frutto. Nulla migliora – spiega Angioni -. Ci abituiamo a tutto. Ci siamo abituati ai morti delle prime fasi, i quarantenni, ma abbiamo subito trovato la scusa: è una malattia nuova, non sappiamo come intervenire. Ci siamo abituati alla strage di anziani, negli ospedali e nelle case di riposo, ed abbiamo, anche qui, trovato una scusa: pieni di altre patologie, sarebbero morti comunque, come pensavano di salvarsi? Ci stiamo abituando ai morti tra i 60 ed i 70 anni, come se nulla fosse, con un’alzata di spalle perché cominciamo ad essere stanchi, come se fosse un problema che riguarda gli operatori all’interno delle casermette di Is Mirrionis e qualche familiare dei poveretti ricoverati. Ci si abitua a tutto».

«Io, permettemi, non mi voglio abituare – continua l’infettivologo -. Non mi voglio abituare a vedere gli emogas di persone che fino a poco tempo prima stavano benissimo e sapere che sono condannate; non mi voglio abituare a sapere che molti di loro, una volta varcate le porte dell’ospedale, non ne usciranno vivi. Moriranno. Soli. Attaccati, per gli ultimi giorni della loro vita, ad un respiratore, tutto il giorno, 24 ore su 24. Loro lo sanno come andrà a finire; sanno che senza un miglioramento repentino, le possibilità di uscirne calano giorno dopo giorno. Vedono i compagni di stanza. Si accorgono. Ed allora dobbiamo domandarci cosa possiamo fare, cosa noi tutti possiamo fare».

«In ospedale si fa quel che si può – prosegue Angioni – le terapie sono oramai standardizzate ma i risultati non sono confortanti; quando, in genere verso i 7-10 giorni dalla comparsa dei sintomi, gli scambi gassosi peggiorano sappiamo che è un segno tremendo e che le terapie che abbiamo ora non permettono miracoli. Sappiamo che verranno trasferiti in reparti a maggiore intensità di cura ma sappiamo anche che pochissimi ne trarranno un beneficio. Bisogna lavorare sul pre-ricovero. Bisogna lavorare sui sintomatici a domicilio con un intervento rapido, incisivo, chiaro (basta terapie fai da te, ci sono i riferimenti nazionali ed internazionali!), non attendere; non è accettabile che, dopo un anno, arrivino ancora persone in ospedale con saturazioni bassissime o in condizioni cliniche disastrose: non li recuperi più. Ma bisogna, soprattutto, lavorare in prevenzione. Ed avere il coraggio e l’onestà di ammettere che molte cose sono state sbagliate».

«Avere il coraggio e l’onestà di dire che la zona gialla è stata un bluff, che la zona arancione è stata un bluff – conclude il medico del Santissima Trinità -. Se concedo mille deroghe il primo a non dare l’idea di serietà e di determinazione sono io, il Governo. Avere il coraggio di dire che i controlli non sono possibili, che la gente ha dimostrato di non avere compreso, che la responsabilizzazione non ha funzionato, che le misure a giorni alterni non sono servite a nulla. E chiudere. Chiudere tutto per un mese. Come hanno chiuso in Inghilterra ed in Portogallo. Come stanno per chiudere in Francia ed in Germania. E vaccinare. Vaccinare il più possibile. Solo così i numeri caleranno e potremo sperare di riappropriarci della nostra vita tra qualche mese. Ancora con le mascherine ma con un orizzonte».

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