L’hospice chiude battenti ora il reparto resta vuoto – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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NUORO. L’hospice di Nuoro è vuoto. Potrebbe sembrare una buona notizia se non fosse che i ricoveri nei dieci posti letto della struttura sono stati sospesi non perché le malattie incurabili siano, come d’incanto, scomparse dalla faccia della terra ma perché da tempo mancano i medici per farlo funzionare a dovere. Gli operatori sanitari, ma ancor di più la continuità nell’assistenza delle cure palliative promessa dalla direzione della Assl nuorese guidata dalla commissaria Gesuina Cherchi, non sono arrivati e i pazienti in fine vita sono dovuti tornare a casa. Senza l’assistenza di cui hanno bisogno.

Ed ora che le corsie sono vuote chi allevierà le sofferenze di queste persone? Chi farà in modo che possano affrontare con dignità la fine della loro esistenza? Chi sosterrà i familiari nel difficile momento del trapasso, aiutandoli ad elaborare il lutto?

La vicenda della chiusura dell’hospice, eventualità denunciata a suo tempo dalla deputata Mara Lapia e poi ripresa dal sindaco di Nuoro, Andrea Soddu, si tinge di amarezza. La rabbia lascia il posto allo sconforto per quell’appello rimasto inascoltato. «Quanto sta accadendo nella struttura dello Zonchello è una cosa inaccettabile. Non vorrei che fosse il preludio per lo smantellamento del servizio con il trasferimento di infermieri e oss negli altri reparti» insiste la parlamentare che, in veste di componente della Commissione affari sociali e sanità della Camera, aveva portato il caso dell’hospice, considerato un’eccellenza regionale tanto da ospitare i tirocinanti dell’Università, nell’aula di Montecitorio. Il mancato intervento di Regione e Ats-Assl per trovare una soluzione immediata dell’hospice, soluzione individuata peraltro nel trasferimento di due dottoresse disponibili a lavorare da subito nella struttura sanitaria, induce la parlamentare ad un durissimo j’accuse. «Da parte dei vertici regionali mi sarei aspettata ben altra umanità» è il suo commento che fa il paio con quanto dichiarato qualche giorno fa da Giuseppina Raggio presidente dell’associazione “Kairos. Amici dell’hospice” a capo dei volontari che tra quelle mura discrete, dove i pazienti oncologici hanno potuto trovare cure e umanità, si sono impegnati al fianco degli operatori sanitari. «Bisogna intervenire subito perché – aveva dichiarato la volontaria – questi pazienti non hanno tempo». Nell’hospice nuorese diretto dal medico palliativista Salvatore Salis, sino a due settimane fa, lavoravano tre specialisti. L’equipe, che gestisce (o meglio gestiva) il reparto di dieci posti letto, un’area di day-hospice e di un ambulatorio per le cure palliative, è composto da nove infermieri, otto operatori socio-sanitari, un’ausiliaria, due psico-oncologhe e un assistente spirituale, ha dovuto fare a meno di due dottoresse. Circostanza che ha di fatto impedito la prosecuzione dell’attività nel reparto in spregio ad una legge, la 38 del 2010, che inserisce le cure palliative e la terapia del dolore nei livelli essenziali di assistenza. La soluzione, che potrebbe consentire la riapertura dell’hospice, è l’assunzione dalle graduatorie regionali dalle quali i vertici di Ats- Assl possono attingere i medici internisti, rianimatori e pneumologi la cui specializzazione è equipollente a quella del medico palliativista. L’alternativa? Il vuoto nell’assistenza di pazienti che hanno il diritto di non soffrire.

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