L’Epifania in Sardegna tra antiche tradizioni: “Sa pasca de is tres Reis” e il dolce della fortuna

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Articolo di Sara Sirigu

Una vecchietta dai capelli bianchi e che vola a cavallo di una scopa: la Befana è attesa ogni anno nella notte tra il 5 e il 6 gennaio da tutti i bambini, impazienti di gustare i dolcetti con i quali la vecchietta riempirà le loro calze appese sotto il camino.

È certo che la Befana sia conosciuta ormai in tutta Italia eppure, tanti anni fa, in Sardegna non si aspettava l’arrivo della vecchietta con i suoi dolci, bensì l’arrivo dei Re Magi. “Sa pasca de is tres Reis” (in alcune zone chiamati “Urreis” o “Gurreis”): questo era il nome utilizzato nell’Isola per riferirsi all’Epifania, al centro della quale c’era la figura dei Re Magi che proprio il 6 gennaio giungono a Betlemme, per donare a Gesù oro, incenso e mirra.

Ma questa festività ha radici antichissime: il nome è simile a quello che i catalani utilizzano per i Re Magi, “els tres Reis”, ed è proprio in Catalogna che ancora oggi ci si scambia dei doni speciali nella notte dell’Epifania. Ma quali sono le antiche tradizioni sarde dell’Epifania? Alcune di queste sono raccontate da Claudia Zedda nel suo articolo “Epifania in Sardegna” e riguardano numerose località dell’isola.

Il 6 gennaio infatti, in tanti erano soliti preparare un impasto dolce nel quale si mescolavano una fava, un cece ed un fagiolo. Una volta cotto l’impasto e servito in tavola, chiunque fosse riuscito a trovare uno dei tre legumi nella propria fetta sarebbe stato fortunato per tutto l’anno. Anche questo dolce è fortemente legato alla tradizione spagnola: il “Roscon de Reyes” è un pane tipico della Spagna, all’interno del quale si trova una fava. Chi la trova ha però il compito di pagare il dolce per tutti!

Un’altra tradizione gastronomica, tutt’oggi viva a Benetutti, è la preparazione de “su Kàpidu ‘e s’annu” o de “sas Fikkas”, ossia una coroncina di pane bianco preparata nella notte di Capodanno e poi spezzata sul capo del più piccolo di casa il 6 gennaio. Presente un pane particolare anche a Nule: qui veniva cucinata “sa pertusìta” o “sa pertupìtta”, anch’essa con carattere fortemente propiziatorio.

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