La storia infinita delle “Strade in Sardegna” – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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FONNI. Una semplicissima quanto banale citazione, superficiale addirittura: come se la morte di Giuseppe Gerolamo Moya fosse la morte di un “forestiero” qualunque. Destinato all’oblio, se non esistesse quell’annotazione dovuta riportata nel registro parrocchiale dei defunti di Fonni, anno domini 1789. A questo, basta aggiungere un altro documento, ritrovato nell’Archivio di Stato di Nuoro: l’inventario dei beni lasciati dall’architetto piemontese… Giuseppe Gerolamo Moya, direttore e ispettore generale dell’Azienda strade e ponti del Regno di Sardegna, deceduto a Fonni. È da queste fonti primarie che prende il via il nuovo lavoro di ricerca storica di Salvatore Moreddu, “Le strade in Sardegna tra la seconda metà del Settecento e i primi dell’Ottocento”, uscito appena qualche mese fa per i tipi delle edizioni Nuova Prhomos. Un volumone di quasi 500 pagine, copertina cartonata, un vero e proprio scrigno di storia e di storie parallele che raccontano come è nato il sistema viario isolano. A cominciare dalla “grande” strada oggi chiamata statale 131 “Carlo Felice”, avviata dai Savoia verso la seconda metà del Settecento. «Il primo incarico per progettare i lavori – scrive Moreddu – è affidato all’architetto Giuseppe Viana al quale, dopo poco meno di un anno, subentra Giuseppe Gerolamo Moya». Tant’è vero che tra le carte lasciate da quest’ultimo a Fonni ci sono anche i disegni del tracciato della nuova arteria che attraverserà la Sardegna dal capo di Sopra al capo di Sotto. Un itinerario che fa discutere fin da subito: «La strada principale, detta di Ponente, provoca malcelati malumori per l’esclusione di molte popolazioni e siccome la contribuzione all’opera è generalizzata, non sembra che i benefici attesi ripaghino lo sforzo richiesto» sottolinea Moreddu. Che aggiunge: «Il tracciato utilizzato ritenuto più consono segue la vecchia ma sempre migliore strada possibile esistente, costruita dai romani». Classe 1948, orunese da una vita a Nuoro, già funzionario regionale e già autore di altre due pubblicazioni (“1735 Bitti, matriculas delas almas de confession” del 2014 e “Oltre il mare di Sardegna” del 2017), stavolta Salvatore Moreddu racconta e documenta, con il piglio dello storico tanto rigoroso quanto scrupoloso, tutti i retroscena dei progetti iniziali che spingevano i Savoia a puntare su due strade, chiamate una di Levante e l’altra di Ponente. Progetti costosissimi: quando nel 1783 viene istituita l’Azienda delle strade e dei ponti, la dotazione annua è di 15mila scudi provenienti dalla contribuzione dei tre Stamenti del regno: il reale, l’ecclesiastico e il militare. Tutti i villaggi, città e diocesi dovevano contribuire alla causa comune. Particolarmente interessante il capitolo dedicato al donativo della diocesi di Galtellì-Nuoro, ricostituita nel 1779 e chiamata subito a pagare la propria quota per ben 15 anni di fila a favore dei lavori per la strada sarda. Un’impresa ardua e mai presa di petto, troppo timida per essere portata a termine, una grande sfida annunciata solo a parole, una vera e propria avventura infinita (in fin dei conti, mai chiusa, visti i cantieri che ancora oggi costellano la “Carlo Felice”). Già nel 1793, con i francesi che tengono sotto assedio Cagliari e tentano di impadronirsi dell’isola, il grande sogno della strada che unisce da un capo all’altro la Sardegna subisce un brusco arresto. Uno spaccato di storia ricostruito da Salvatore Moreddu sulla base di fonti reperite principalmente negli Archivi di Stato di Cagliari e di Torino. Fondamentale il fascicolo cosiddetto “1383”, ricorrente nelle note, parte della Regia segreteria di Stato, con le relative interlocuzioni fra la Corte e il Viceré. (luciano piras)

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