La storia di Livio Angoletta e Carla Sardano, da Tortolì a Bogotà per l’adozione dei loro 4 figli: “Siamo così fortunati” – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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Livio Angoletta e Carla Sardano, vivono a Tortolì, a San Gemiliano. Nel 2015 hanno adottato i loro quattro figli – Nick, Esteban, Jesus e Maria Josè –  di origine colombiana e tutti e quattro fratelli di sangue. Nonostante avessero intenzione di adottare due bambini, il pensiero di dover separare una famiglia era per loro inaccettabile.

Livio e Carla decisero di considerare l’idea dell’adozione nel 2013 e questo li portò a iscriversi all’agenzia “Ei.Bi- amici dei bambini” con sede a Cagliari e sede centrale a Milano. L’agenzia ha seguito i due genitori in tutto il loro percorso, in Sardegna e in Colombia, non solo burocraticamente ma anche psicologicamente. Dal 2013 hanno dovuto affrontare un iter molto pesante, anche dal punto di vista emotivo: attese infinite e diverse possibilità a livello internazionale e nazionale.

Carla ci parla oggi della loro storia.

 

Inizialmente il percorso dell’adozione, prima del 2015, è stato difficile da affrontare?

Si, è stata dura. L’iter burocratico non è solo economico e fisico, ma anche pesante mentalmente: incontri con giudici minorili, assistenti sociali, psicologi. Il giudice minorile valuta l’idoneità dei genitori ad adottare dei figli e per me non è una cosa molto giusta perché da quell’incontro, di un’ora o due, decidono se tu sei idonea o no per poterti prendere cura di un bambino. Per me è come dare un esame, puoi farti prendere dall’ansia e l’incontro può non andare bene, e questo non è sufficiente a valutare un buon genitore. L’assistente sociale fa il sopralluogo dell’ambiente domestico e tramite l’agenzia d’adozione vieni seguito da uno psicologo, che deve valutare se le persone siano in grado di prendersi cura di qualcun altro e se ci sono fatti irrisolti nel passato dei genitori. Io, essendo donna, e vista la mentalità retrograda, ancora presente nella società da questo punto di vista, avevo moltissime attenzioni addosso più di quante ne avesse mio marito. Però alla fine, tutto il percorso è servito per farci conoscere i nostri splendidi bambini. Per noi è stata veramente, tra alti e bassi, un’esperienza bellissima. Siamo molto fortunati.

Perché un’adozione internazionale?

Per noi i bambini sono bambini in tutte le parti del mondo, non ci importava da dove sarebbero arrivati, perché avremo accolto tutti a braccia aperte.

Nel 2015 finalmente avete conosciuto i vostri figli. Come è andata?

La prima volta che entrai nell’istituto per conoscere i bambini non ero preparata a quella forte emozione, è stato come se un tir mi fosse venuto addosso. Abbiamo deciso di adottare tutti e quattro i nostri bambini perché l’idea di separarli, di lasciare in Colombia due di loro, era per me dolorosa e non avremmo mai potuto vivere con questo senso di colpa. Poi, terminato il percorso burocratico, siamo partiti alla volta di Bogotà, la città in cui sono nati, decidendo di passare un mese tutti insieme prima di tornare a Tortolì. Non è stato solo un modo per stare insieme, volevamo conoscere la loro storia, rompere il ghiaccio, cercare di conoscerci in un posto familiare per loro prima di andare dall’altra parte del mondo. Abbiamo capito, nonostante le difficoltà iniziali, che eravamo perfetti gli uni per gli altri. Inoltre è stato meraviglioso scoprire la cultura e la tradizione colombiana, il loro cibo delizioso e fresco, la loro ospitalità.

Come è stato tornare a Tortolì tutti insieme? Quale è stato l’impatto per i bambini?

Tornare a casa insieme è stato bellissimo ma ovviamente non è stato facile fin da subito. La prima cosa che abbiamo fatto insieme è stata fare un bel giro in macchina per far sì che conoscessero il posto che sarebbe diventato casa loro, dal quartiere all’intero paese. Poi siamo andati tutti al mare, perché non l’avevano mai visto: una cosa che noi diamo così per scontata, il mare, perché siamo cresciuti con la sua vista. Inizialmente a casa parlavamo tutti spagnolo, che noi avevamo studiato precedentemente, fino a che decidemmo di parlare italiano. Quello è stato un errore per noi, perché poi i miei figli non hanno più parlato spagnolo, neanche tra di loro. Vogliamo che conservino le loro origini e la loro cultura, nonché la loro lingua: è veramente importante. A parte la lingua, perché ovviamente l’italiano non è una lingua semplicissima da imparare, si sono ambientati sin da subito piuttosto bene: sono stati accolti benissimo, anche a scuola. Ovviamente qualche litigio c’è stato ma per lo più si sono trovati bene.

Come vi definireste come genitori? chi è il più severo tra voi?

Io. Mio marito è molto paziente e diplomatico io invece tendo ad essere abbastanza severa. Ci sono delle regole in casa, a cui tengo particolarmente, ma lo faccio solo per loro per far si che crescano con sani valori e principi. Tengo tantissimo ai buoni risultati a scuola, ma non tanto per i voti ma per l’impegno che voglio che ci mettano in ogni cosa che fanno. Proprio per questo non ho voluto metterli nelle classi seguendo l’età anagrafica, ma volevo che non si sentissero mai indietro e imparassero con il giusto tempo. Un’altra cosa a cui tengo è l’uso moderato dei cellulari. In casa nostra, prima dei 14 anni, non è possibile avere un telefono: sono strumenti utilissimi per la vita delle persone ma non voglio che i miei figli ne siano assorbiti dimenticandosi di tutto ciò che sta loro intorno e condizionando la loro vita. Però siamo anche dei genitori molto aperti mentalmente: i nostri figli possono raccontarci ogni cosa, senza aver paura di giudizi, dalle paure ai dubbi tipici dell’adolescenza.

Vuoi dare un consiglio alle persone che vorrebbero intraprendere il vostro stesso percorso?

Il nostro percorso si è concluso per il meglio. Siamo veramente fortunati ad aver trovato dei bambini cosi speciali, nonostante il loro passato difficile. Purtroppo però non va sempre così. Non mi piace paragonare la mia esperienza per dare consigli ad altri genitori perché per me ogni bambino ha una sua storia e un suo vissuto. Ho visto tantissime situazioni diverse, anche negli incontri dell’agenzia d’adozione, come bambini che non volevano andare via dall’orfanotrofio e vedersi catapultati in un’altra realtà così diversa della loro, o genitori poco pronti nell’affrontare le difficoltà. Ciò che mi sento di dire è questo: essere genitori in generale, ma soprattutto decidere di adottare un figlio non è facile e non voglio dire che lo sia perché non sarebbe giusto. Ci sono tantissimi pesi da sopportare per il passato dei bambini, ci sono da capire gli atteggiamenti e ciò che loro non dicono, essere attenti ad ogni comportamento. Quindi per me, ed è quello per cui cercano di prepararti, bisogna essere dei genitori consapevoli. Questo vuol dire che devi aspettarti delle difficoltà e trovare il modo per trovare una soluzione, non farti abbattere dai primi ostacoli: non sarà tutto rose e fiori. Io e mio marito spesso veniamo definiti “coraggiosi” per aver intrapreso questo percorso, ma non ci siamo mai sentiti così.  Non penso che un genitore che adotti sia migliore di un genitore biologico. Penso solo che per fare una scelta del genere devi avere una mentalità molto aperta e versatile, adattarti a qualsiasi tipo di cambiamento e a volte ingoiare anche qualche boccone amaro. Il mio consiglio è questo: non fatevi spaventare dalle difficoltà, siate consapevoli e mettetevi in gioco.

 

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