Interventi già dall’asilo per dispersione e devianze – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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NUORO. Nella provincia nuorese il 24 per cento dei giovani non frequenta più la scuola e non lavora. Il titolo di studio è quello della licenzia media o tutt’al più una qualifica professionale di base. Lo dice l’indagine dell’équipe “minori”, del gruppo politico “Progetto per Nuoro”. Un approfondimento sulla cui scelta non sono state ininfluenti le vicende delle violenze di alcuni ragazzi un mese e mezzo fa nel quartiere di Seuna. Così come le stesse reazioni al lungo lockdown per il Covid. L’analisi sul campo attraverso il confronto con gli stessi ragazzi e il loro genitori. Prima di mettere tutto sul tavolo del gruppo di esperti, che vede la partecipazione della pedagogista Maria Luisa Zidda, della docente di francese, Luana Seddone, del neuropsichiatra infantile, Gesuino Piras, insieme a Vanda Guglielmi, già educatrice di asilo nido, e Lisetta Bidoni, ex preside, e oggi consigliera comunale. L’indagine diventerà una proposta al Comune, affinché si faccia artefice di una rete di supporti educativi e anche economici, a cui chiamare associazioni e Chiesa. Perché il disagio dei minori, e quanto poi di esso diventa devianza, hanno tra le cause anche i limiti dell’ambiente sociale e delle istituzioni. I dati che riguardano frequenza e profitto scolastici vengono visti dagli esperti come la spia di quanto succede tra Nuoro e i comuni della provincia. Il 24 per cento dei giovani, quelli tra i 18 e i 24 anni, oggi senza una prospettiva, è abbondantemente più su del dato nazionale (13,5) e molto peggio di quello europeo (10,2). Per il gruppo di lavoro, i responsi non sono più incoraggianti in quella che è la dispersione “implicita”, che va a toccare le competenze dei maturandi: nel 2018-‘19, il 13,4 per cento non ha superato l’esame, quello delle prove Invalsi. «Ma siamo sempre sopra la media regionale – spiega Bidoni – anche quando si valutano abbandoni, mancate ammissioni alla classe superiore e frequenza irregolare». La reazione di chi dalla scuola non ottiene risultati e gratificazioni, è varia, ma certo sempre negativa: «C’è chi non studia, chi sfoga l’insoddisfazione lasciandosi andare ad azioni di teppismo. Oppure, la reazione può essere di chiusura al mondo sociale», viene spiegato nel tavolo dove gli esperti confrontano le risultanze delle singole analisi. Secondo gli esperti, il disagio si manifesta nella scuola secondaria, ma ha le radici nel tempo della frequenza della scuola materna o quando si sta all’asilo nido. «Sono i primi anni di vita e il tipo d’inserimento dei bambini nell’asilo – spiega l’educatrice, Guglielmi – che spesso rivelano le difficoltà. Le soluzioni sono in capo a insegnanti qualificati – aggiunge – che per la mia esperienza credo possa garantire meglio la struttura pubblica, che aggiorna in maniera costante il proprio personale». La stessa ex operatrice dell’asilo nido centra anche l’attenzione sull’importanza «della continuità didattica nella scuola, che può essere garantita se si evita il via vai degli insegnanti». L’ausilio delle competenze specifiche porta il neuropsichiatra Gesuino Piras, a scendere in profondità su cause e risposte: «Il fatto che sia una scuola accogliente – sottolinea – può risultare una discriminante sul buon esito della formazione e le reazioni individuali del bambino. Credo, poi, sia fondamentale – dice Piras – un affiancamento alla genitorialità da parte della struttura scolastica». La sede più adatta di quest’impegno integrativo è la scuola dell’infanzia. Quando si sale di grado, il supporto va rafforzato. Luana Seddone, insegnante dell’Ipsia: «Sarebbe opportuno anche nelle ore pomeridiane. Qualcosa di più del doposcuola classico – conclude – con figure specializzate sia per la didattica, sia per l’aspetto educativo».

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