Ingiusta detenzione, indennizzo sospeso

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NUORO. Si era visto riconosciuto un indennizzo di oltre 100mila euro per aver trascorso ingiustamente un periodo di custodia cautelare in carcere, ma ora la sua richiesta dovrà essere rivalutata. La Corte d’Appello di Sassari, infatti, alla luce di una sentenza della Cassazione dovrà nuovamente prendere in esame l’istanza di riparazione per ingiusta detenzione, presentata da Michele Marras, 46enne di Lula accusato del tentato omicidio dell’ex sindaco Giovanni Cabua, avvenuto il 4 giugno 2014, e poi assolto per non aver commesso il fatto. A stabilirlo la quarta sezione della Suprema corte (presidente Francesco Maria Ciampi), a seguito del ricorso proposto dal Ministero dell’Economia e Finanza che aveva ricevuto dalla Corte territoriale l’ordine di pagamento a favore di Marras, di una indennità riparatoria di 112mila euro.

I fatti Dopo la conclusione del procedimento penale a suo carico davanti al tribunale di Nuoro, l’imputato (difeso dall’avvocato Francesco Lai) aveva presentato domanda per ottenere un’equa riparazione per la detenzione in carcere dal 10 luglio 2015 al 3 ottobre 2016, e poi agli arresti domiciliari fino al novembre 2016. La Corte d’appello aveva accolto l’istanza riconoscendo a favore di Michele Marras un indennizzo economico, al quale si è opposto, però, il Ministero, ritenendo che vi fossero vizi di motivazione e violazioni di legge.

Il ricorso In particolare, secondo il dicastero, era stato omesso l’esame del quadro indiziario completo e degli atti processuali con riferimento al contenuto di alcune intercettazioni telefoniche, dalle quali si evincevano colloqui e confidenze tra Raimondo Melone (considerato il mandante del tentato omicidio e condannato definitivamente a 10 anni e dieci mesi di reclusione ndr) e i fratelli Marras, che erano al corrente delle modalità precise dell’agguato a Cabua. Conversazioni che, secondo l’organo amministrativo dello Stato, dopo il grave fatto di sangue avevano avuto un «ruolo sinergico rispetto alla detenzione, e allo stesso tempo erano state indicative di comportamenti e di condotte illecite che come tali, erano d’impedimento al riconoscimento dell’equa riparazione».

La sentenza La Cassazione ritenendo fondato il ricorso presentato dal Mef, il primo dicembre scorso ha annullato con rinvio l’ordinanza della Corte d’Appello. In particolare ha riconosciuto corretti i punti relativi alla mancata valutazione del comportamento di Marras in merito agli effetti della riparazione. Per i giudici della Suprema corte, infatti, la Corte di Sassari si è limitata a considerare «l’irrilevanza penale del fatto addebitato a Marras, richiamando la sentenza di assoluzione nella parte in cui aveva escluso il contenuto di una conversazione in cui Raimondo Melone, rivolgendosi alla moglie avrebbe detto: “Pensi che Michele non l’ha ucciso perché a lui trema la mano?”».

Sempre secondo la Cassazione, la Corte territoriale non si è messa nella corretta ottica del giudizio di riparazione, del tutto autonoma rispetto a quella del giudizio penale. Nello specifico, non ha valutato in alcun modo, in ottica riparatoria, il comportamento di Michele Marras alla luce del materiale intercettativo che costituiva il quadro indiziario valutato dal giudice cautelare, i ripetuti contatti dai quali emerge un ruolo di connivenza con pregiudicati e la consapevolezza dell’azione del tentato omicidio, il tutto accertato nella sentenza di assoluzione. Elementi oggettivi, secondo la Suprema corte, riconducibili a comportamenti posti in essere dall’imputato e sui quali si era fondata la misura cautelare adottata dal Gip del tribunale di Nuoro. Elementi che dovevano essere presi in considerazione dal giudice d’Appello al fine di valutare eventuali condotte che avrebbero potuto escludere il diritto alla riparazione.

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