Il bandito Samuele Stochino, la sua morte e il vilipendio del suo cadavere – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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«Samuele Stochino era un sottufficiale nell’altra guerra, decorato con medaglia d’argento al valore militare, umano e mite. Il bandito Stochino fu poi un’altra personalità, non più il sergente Stochino, ma un’altra coscienza, non sua, venuta dal di fuori, dalle lontane tenebre di un mondo bestiale ed estranee alla sua infanzia e giovinezza».

Questo è un passo del discorso sulla criminalità in Sardegna di Emilio Lussu, Senatore della Repubblica, tenuto a Palazzo Madama nel dicembre del ’53. Viene fatto riferimento a Samuele Stochino, deceduto venticinque anni prima nel febbraio del 1928.

Ufficialmente la morte di Stochino viene fatta risalire all’alba del 20 febbraio nella località “S’Orgiola ‘e sa Perda” nell’agro di Ulassai, dal verbale dei carabinieri. Questo descrive, con dovizia di particolari, il conflitto a fuoco nel quale sarebbe caduto il bandito ogliastrino.

Ma oggi si può affermare che Samuele Stochino era già deceduto quando finì nelle mani delle forze dell’ordine, e venne inscenata la morte a causa del conflitto a fuoco con il vilipendio del cadavere.

Una prima autopsia molto sommaria sul corpo del sergente della Prima Guerra Mondiale venne eseguita nel cimitero di Gairo, poi l’uomo venne seppellito nello stesso luogo. Due giorni dopo la salma, su disposizione della magistratura, fu riesumata e trasportata a Cagliari dove all’ospedale civile San Giovanni di Dio venne fatta un’autopsia più accurata.

L’esito dell’esame medico legale non lasciò dubbi: la morte di Samuele Stochino non era avvenuta secondo quando scritto nel verbale delle forze dell’ordine, già molto confuso in alcuni passi. Un falso architettato dalle alte sfere del regime fascista o semplicemente creato per poter intascare la taglia dell’ex sergente?

Solo due settimane dopo, la mattina del 6 Marzo del 1928, venne data sepoltura a Stochino nel cimitero di Bonaria a Cagliari. Le tombe dei morti degli anni ’20 che si trovavano in quella zona del cimitero oggi sono vuote, le ossa sono state traslate nell’ossario dell’altro camposanto del capoluogo sardo, nella zona di San Michele.

Nel Museo Anatomico della Cittadella Universitaria di Monserrato, nella sezione di Citomorfologia, nel Dipartimento di Scienze Biomediche, è esposto in una vetrina quello che dovrebbe essere il dito dissecato di Samuele Stochino. Precisamente nella vetrina B, terzo ripiano alto, in un contenitore in una preparazione anatomica dove è riportata una scritta su una carta ingiallita dal tempo che riporta: “Dito del famigerato brigante Stocchino – errore solo con una c (ndr) – ucciso e dissecato in questo istituto anatomico”.

Sullo stesso ripiano a fianco è presente un’altra preparazione anatomica di un viso, priva della calotta cranica attribuita ad un certo “bandito Deiana”.

Non vogliamo entrare in discorsi scientifici e sull’opportunità o meno di esporre queste preparazioni anatomiche, e sull’autenticità di queste, anche se è doveroso sottolineare che nell’area non è possibile scattare delle fotografie. Possiamo solo ipotizzare, nel caso di Stochino, che continuò il vilipendio del cadavere anche dopo l’autopsia cagliaritana, oltre il finto conflitto a fuoco dove le pallottole avevano attraversato un corpo ormai freddo.

Samuele Stochino morì diciotto giorni dopo aver commesso l’orrendo omicidio della più piccola delle figlie di uno dei sui odiati nemici, un raptus di follia ingiustificabile che ne ha macchiato per sempre la memoria. Si afferma che, dopo il brutale assassinio, si sia subito reso conto del terribile gesto, e in breve tempo le sue condizioni di salute siano rapidamente peggiorate, quasi se in quel momento avesse iniziato a porre fine anche alla sua esistenza.

«Spesso è un imputato, per falsi indizi, per malvagità dei nemici, per un vuoto nel senso di responsabilità dell’autorità inquirente. Spesso è un innocente che si butta alla macchia perché gli manca la fiducia nella giustizia».

Un altro passo del discorso di Emilio Lussu a Palazzo Madama nel dicembre del 1953, leggendario Capitano della Brigata Sassari nella Grande Guerra e affidabile testimone dei suoi tempi.

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