«Frantumato il diritto di difesa» – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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LANUSEI. “Uno strano processo”. Così l’avvocato Francesco Caput ha definito il lunghissimo dibattimento a carico degli 8 ex comandanti del Pisq, il poligono di Quirra, a giudizio per omissione aggravata di cautele. Nella sua arringa, conclusasi con la richiesta di assoluzione per il suo assistito Fabio Molteni, la terza della discussione del processo sui veleni di Quirra, Caput ha attaccato su diversi fronti. «Questo procedimento, spesso strumentalizzato, ha fornito un’immagine distorta delle forze armate. È stato uno strumento di contestazione all’attività militare. È stata offerta all’opinione pubblica l’immagine dei militari che divengono occupanti abusivi del nostro territorio. Si è detto inoltre che tutte queste attività, in grado di avvelenare persone, bestiame e ambiente, sono state compiute consapevolmente», ha detto l’avvocato. La rappresentazione emersa – è la sua tesi illustrata al cospetto del giudice del tribunale di Lanusei, Nicole Serra – ha sortito come effetto la criminalizzazione della presenza delle forze armate sul territorio e non solo. «Questo non è un processo ai comandanti ma al comandante. Sono stati incriminati per aver svolto la propria funzione non per le loro condotte individuali, sempre improntate al rispetto delle norme», ha insistito il difensore nel sottolineare come Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi, Paolo Ricci, Gianfranco Fois e Fulvio Ragazzon, sui quali incombe la richiesta da parte del pm Biagio Mazzeo di condanne variabili tra i 3 e i 4 anni, da 10 anni vivono un incubo profondo e devastante.

«Eppure non c’è un solo documento tra tutte le carte prodotte in dibattimento dal quale desumere che uno di questi imputati abbia violato qualsivoglia norma, regolamento o direttiva. Sono stati incriminati per non aver recintato la base ma non avevano nessun margine discrezionale», ha proseguito l’avvocato Caput che prima di soffermarsi su questioni squisitamente tecniche riguardanti la prescrizione e l’analisi del principio di precauzione ha prospettato al giudice un’altra spinosa questione che potrebbe avere un seguito. «Ho parlato in quest’aula di frantumazione del diritto di difesa. Sono convinto che ci sia stato una violazione dei diritti fondamentali della difesa perché il gup , a suo tempo, ha preso una decisione senza le migliaia di pagine giunte alla nostra attenzione solo alla fine del dibattimento. Circostanza questa che meriterebbe un ricorso alla corte di giustizia». Non risparmia nessuno l’avvocato Caput. Neanche la Regione che ha chiesto 4 milioni di risarcimento mentre una sua struttura, l’Arpas, aveva sempre escluso l’inquinamento nelle aree del Pisq, inquinamento che per la difesa non è mai esistito.

Prima di lui ha parlato Pierfrancesco Caput, difensore di Roberto Quattrociocchi e Carlo Landi, che si è soffermato sulle evidenze scientifiche emerse nel corso delle 50 e più udienze di un processo considerato particolarmente rilevante per la mole di testimoni sentiti, di documentazione prodotta e di clamore mediatico suscitato. Dopo il suo collega Andrea Chelo, che mercoledì ha affrontato punto per punto i capi di imputazione ravvisando contraddizioni e incongruenze, è tornato sull’esame del reato contestato agli alti ufficiali che comandarono la base militare a cavallo tra Sarrabus e Ogliastra dal 2002 al 2010, l’articolo 437. “Dal punto di vista giuridico , il disastro ambientale non si sarebbe potuto escludere solo con l’apposizione dei cartelli di pericolo, dal punto di vista scientifico sono le perizie e le relazioni di esperti qualificati ad escludere che ci sia stato un disastro ambientale», ha ribadito prendendo le mosse dalla relazione del consulente del gup, il professore Mario Mariani, che ha sempre parlato di valori nella norma. Pierfrancesco Caput è tornato anche sulla (presunta) pericolosità dei nanoparticolati sviluppati durante i brillamenti. «Studi e risultati hanno evidenziato che il rischio legato alle nanoparticele era momentaneo e circoscritto nel tempo e andava evitato con la distanza e il tempo. In ogni caso questo valeva per il personale dei reparti che svolgevano le attività e che , per la loro sicurezza, non dipendevano certo dai comandanti del Poligono», ha detto il difensore che prima di chiedere l’assoluzione per i due generali ha commentato: «Attribuire responsabilità penali sulla base della comune esperienza e non sulla base dell’evidenza scientifica sarebbe superficiale». Oggi si conclude con le arringhe degli avvocati Leonardo Filippi e Giandomenico Tenaglia.

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