Calcio e religione, sacro e profano: quando alcuni assembramenti sono diversi dagli altri – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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Scena 1: Domenica 2 maggio, Milano, piazza Duomo, ore 18 circa. Lombardia in zona gialla da nemmeno una settimana. L’Inter è campione d’Italia, migliaia di tifosi si riversano in piazza Duomo per festeggiare. In tanti senza mascherina o con la stessa abbassata. Il distanziamento è inesistente, la gioia è tanta, il rischio di contagio idem.

Scena 2: Sabato 1 maggio, Cagliari, largo Carlo Felice e via Roma, ore 12 circa. Sardegna nel suo ultimo weekend di zona rossa. A Cagliari si celebra, con tutti gli accorgimenti e le restrizioni del caso, la 365° edizione di Sant’Efisio. La macchina organizzativa aveva fatto di tutto per evitare folle e assembramenti, ma il corto circuito è dietro l’angolo. Le forze dell’ordine fanno quel che possono, ma in strada si riversano centinaia e centinaia di persone. La “scusa” della passeggiata è di facile impiego e attorno al Santo si creano inevitabili assembramenti. Il resto lo fa la autoassoluzione di gruppo. Il rischio di contagio? Anche qui c’è, è evidente.

Milano e Cagliari: scena 1 e scena 2

Due scene tutto sommato simili, per alcuni di valore diametralmente opposto, una riguarda il “turpe” calcio, l’altra la sacralità della religione. Per l’ateo tifoso magari è il contrario, il ragionamento che scatta neanche ve lo facciamo, è lapalissiano. Per chi non è né tifoso, né religioso si tratta di due assembramenti rischiosi ed evitabili. Ma per alcune categorie queste scene sono altro.

Per tanti cittadini vedere la saracinesca della propria attività commerciale abbassata, sigillata dalle norme anti contagio, queste scene sono un pugno nello stomaco, un motivo di rabbia e frustrazione. Ma come? Si diceva che i bar e i ristoranti fossero stati chiusi per evitare che la gente si assembrasse e rischiasse di contagiarsi il virus a vicenda e poi viene consentito tutto questo?.

Nel caso della Sardegna il paragone stridente tra la folla adorante di Sant’Efisio e il caffè del bar servito per strada nel bicchiere usa e getta è fragoroso. Per non parlare dello spettacolo teatrale o della mostra al museo che con enormi rischi in meno avrebbe potuto edificare il nostro spirito in misura sicuramente non inferiore a quella dell’adorazione religiosa, a prescindere dal punto di partenza spirituale di ognuno di noi.

E nel caso di Milano, zona gialla da pochi giorni: ha senso sprecare il piccolo, piccolissimo, vantaggio accumulato in tante settimane di chiusure e terapie intensive al collasso per una festa Scudetto che sarà comunque organizzata in modo più intelligente fra poche settimane? Che poi magari il contagio si diffonde di nuovo in Lombardia e la Sardegna ridiventa per tanti l’”oasi” di rifugio da raggiungere in cui sognare aperitivi e danze estive “covid-free”, con tutto il cortocircuito mediatico (e non) annesso.

La verità, amara, che ne deriva – e non vuole essere un dito puntato o una lezione di etica morale ma una mera constatazione – è che certi assembramenti sono diversi dagli altri. In un Paese come l’Italia la religione e il calcio, le massime incarnazioni del sacro e del profano, godono di dispense e deroghe speciali. Non tanto nei controlli delle forze dell’ordine che giocoforza non sono applicabili in maniera efficace sulle grandi moltitudini di persone, quanto nel sentire comune, nella percezione di ciò che può superare le regole, quella che nel brocardo assume la massima di “Necessitas non habet legem”, la “necessità” che supera il diritto.

E ci scuserete se oggi, a freddo, stiamo dalla parte di chi, davanti alle immagini trasmesse dalle televisioni, è rimasto immobile a fissare il tavolo non apparecchiato del proprio ristorante o la seggiola vuota del proprio teatro.

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