Borore, pecorino romano: limite del 10 per cento al latte di razze diverse – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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SASSARI. È allarme tra le organizzazioni agricole e i pastori per ciò che succederà oggi 9 dicembre a Borore nel corso dell’assemblea straordinaria del Consorzio del Pecorino romano Dop in cui i soci saranno chiamati a esprimere la propria opinione sulla proposta di modifica del disciplinare: l’aspetto che sta suscitando preoccupazioni è il punto in cui si prevede che nella misura del 10% la produzione del formaggio possa avvenire anche con latte di pecora di razze diverse da quelle autoctone presenti storicamente nei territori di produzione, Sardegna, Lazio e provincia di Grosseto. Insomma la paura è che si stia dando il via libera a razze come le israeliane Assf e le francesi Lacaune, o le Meticce, tutte molto più produttive della Sarda e adatte a un allevamento di tipo intensivo che nulla avrebbe a che vedere con la filosofia del prodotto sardo più noto all’estero, che poggia gran parte della sua immagine e delle sue caratteristiche peculiari sul pascolamento libero.

Ma è proprio così? Possibile che il Consorzio abbia deciso di attuare sic et simpliciter un cambio di rotta così inatteso? «Il problema – spiega il presidente Gianni Maoddi – è che quel programma di modifiche presentato nel novembre 2020 dal Consorzio e che prevedeva l’utilizzo esclusivo di razze autoctone (la Sarda, ma anche quelle utilizzate oltre Tirreno come la Vissana, la Sopravissana e la Maremmana) non è stato poi approvato dal ministero dell’agricoltura ed è dunque stato necessario apportare delle variazioni alla prima proposta: non possono accettare un periodo di riconversione delle greggi di 5 anni. Inoltre, da Lazio e Toscana sarebbero giunte delle segnalazioni sul fatto che l’utilizzo esclusivo delle autoctone creerebbe dei problemi. Da qui l’elaborazione di una nuova proposta di modifica che ora l’assemblea deve discutere e votare».

In cosa consiste la variazione? «La proposta che si porterà in discussione è di inserire un elenco di razze (lista in positivo) nella quale verranno indicate tutte le razze autoctone presenti nell’areale di produzione e sarà consentita una tolleranza massima del 10% di “contaminazione” di latte con quello di altre razze, come suggerito dal ministero per superare le criticità». Maoddi ricorda che il disciplinare di produzione in vigore, relativamente al latte da utilizzare, attualmente indica solo che deve provenire da pecore allevate nella zona di origine ovvero Lazio, Sardegna e Maremma. Senza specificare la razza». Insomma, si sta introducendo un obbligo del 90% di utilizzo di autoctone contro lo zero attuale». Situazione che rimarrebbe se non passasse la nuova proposta: «In teoria la contaminazione potrebbe essere del 100%».

Ma ci sono altri problemi. «È bene che i produttori primari siano consapevoli dei maggiori costi cui si va incontro. L’attuale sistema di controllo della Dop, affidata all’ente di certificazione esterno Ifcq, grazie ad una deroga concessa dal Mipaaf è limitato al 2% annuo (240 aziende), ma nel caso in cui intervenisse tale modifica, dovendosi accertare la presenza di determinate razze verrebbe quantomeno riportata sui valori standard ovvero il 33%: quindi ogni anno dovrebbero essere sottoposti a controllo almeno 4000 dei 12mila allevamenti sardi. Ogni controllo costa 100 euro, che moltiplicato per 4000 fa 400mila euro a carico del sistema allevatoriale».Occorre poi – secondo Maoddi – rendersi conto che nel Consorzio non c’è solo la Sardegna (dove le razze indigene sono marginali, il 2%), ma la Dop è presente in altre realtà, dove per svariati motivi la presenza di “esogene” ha una incidenza maggiore: il problema dei lupi nelle campagne ha costretto molti allevatori all’utilizzo di razze meno vincolate al pascolamento, ma ci sono più difficoltà di reperimento della mano d’opera e un’evoluzione naturale dei processi di allevamento». Da tenere presente – spiega – che nelle altre grandi Dop, come il Parmigiano Reggiano, non ci sono vincoli di razza, ma solo di alimentazione. Alla fine potrebbe anche prevalere la linea di lasciare tutto invariato e di prendere più avanti una decisione in maniera maggiormente consapevole, al termine di un percorso condiviso sulla scelta delle razze.©RIPRODUZIONE RISERVATA

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