Aggressione a don Pirarba Derosas patteggia la pena – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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OROSEI. Si è conclusa con due patteggiamenti di fronte al gup del Tribunale di Lanusei, Paola Murru, la drammatica vicenda, avvenuta a Tortolì, della brutale aggressione a scopo di rapina ai danni di don Vincenzo Pirarba. Emilio Derosas, 19 anni di Orosei, difeso dall’avvocato Cosimo Forma, dovrà scontare una condanna a 4 e due mesi di reclusione per rapina aggravata e lesioni personale. Il suo complice Oussama Quid Aicha, 20enne di origine marocchina residente a Tortolì e difeso da Marcello Caddori, ha invece patteggiato due anni, 5 mesi e 10 giorni con la sospensione condizionale della pena per concorso in rapina e alcuni episodi di spaccio. L’accordo tra gli avvocati e l’accusa, il pubblico ministero Gualtiero Battisti, è stato accolto dal gup dopo il rinvio richiesto dall’avvocato Forma che subentrato al difensore precedente aveva chiesto di poter studiare gli atti del procedimento. Se il primo ragazzo è stato ritenuto il responsabile del pestaggio e della rapina, il secondo ha suonato il citofono della villetta di San Gemiliano per far aprire la porta di casa al sacerdote con una scusa.

La vicenda prende l’avvio nella notte del 7 maggio dello scorso anno quando il parroco 79enne di Talana, deceduto a dicembre per il Covid 19, venne aggredito e rapinato. Le indagini dei carabinieri portarono all’identificazione di Emilio Derosas, considerato responsabile dell’aggressione e della rapina che fruttò poche centinaia di euro e alcuni oggetti preziosi del sacerdote tra cui un crocifisso. Un mese dopo il giovane venne rintracciato a Cagliari mentre si trovava in una pizzeria. Aicha fece uscire il parroco dalla propria abitazione per consentire al complice di portare a compimento la rapina nel corso della quale ci fu una colluttazione. Don Pirarba ebbe la peggio e finì all’ospedale di Lanusei mentre i carabinieri avviarono le indagini. L’analisi degli impianti di videosorveglianza permise di ricostruire i movimenti del giovane finito nel mirino degli investigatori. Le testimonianze del vicinato, e dei familiari, risultate discordanti, indirizzarono si da subito i sospetti su Derosas. Nell’operazione che seguì vennero mobilitati una cinquantina di uomini dell’Arma di Lanusei e di Tortolì, le squadriglie di Arzana e Lanusei, e lo squadrone Cacciatori di Abbasanta. I militari perquisirono l’abitazione di una parente del ragazzo di Orosei. Qui ritrovarono parte della refurtiva, tra cui un borsello “portaviatico” contenente oggetti sacri come una medaglia della Madonna di Medjugorje. La rapina suscitò sdegno e condanna unanimi nel territorio, ma il sacerdote, già dal suo letto d’ospedale decise di perdonare i suoi aggressori.

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