Accadde oggi. Il 27 maggio 1977, il film “Padre Padrone” dei fratelli Taviani vince a Cannes – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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Accadde oggi. Il 27 Maggio di 44 anni fa, il film “Padre Padrone” dei fratelli Taviani, tratto dal romanzo autobiografico di Gavino Ledda, vinse il festival di Cannes.
Un verdetto a sorpresa ma totale e meritato, quello del 1977, voluto dal presidente della giuria Roberto Rossellini. Il film ha successo in tutto il mondo, rilancia la parabola letteraria e umana di Gavino Ledda, autore del romanzo autobiografico al quale i Taviani si sono liberamente ispirati.

Tra gli interpreti del film (che fu prodotto dalla RAI) Omero Antonutti, Marino Cenna, Fabrizio Forte, Saverio Marconi, Marcella Michelangeli, Stanko Molnar, e un giovanissimo Nanni Moretti.

A sei anni Gavino deve abbandonare la scuola, che frequenta da pochi giorni, perché il padre, Efisio, ha bisogno di lui: deve guardargli le pecore e contribuire così al sostentamento della famiglia. A venti, egli sa tutto della vita sui pascoli e tra i monti, di boschi e di bestiame, ma è un analfabeta e sa parlare solo in dialetto. La vista di due ragazzi forniti di fisarmonica lo scuote dal suo torpore: per procurarsene una, uccide un paio di agnelli. È il primo atto di ribellione contro il padre, che però continua a dettar legge. Quando, infatti, dopo che una gelata ha distrutto il loro uliveto, Gavino decide di emigrare in Germania, Efisio gli nega il suo consenso. Il giovane parte per il servizio militare: è la sua grande occasione di riscatto e non se la lascia sfuggire. Con l’affettuoso aiuto dei compagni impara a leggere a scrivere, poi rinnova la ferma finché, ottenuta la licenza liceale, torna a casa. Non smette di studiare, però, e poiché Efisio vorrebbe, invece, rimandarlo sui campi, Gavino ha con lui un drammatico scontro addirittura fisico. Lo vince, ma deve comunque andar via di casa: non per obbedienza, ma per se stesso. Si laureerà con una tesi sui dialetti sardi, scriverà libri, diventerà “contrattista” all’Università di Sassari.

Tratto da un libro autobiografico (1975) di Gavino Ledda. Pastore di Siligo (Sassari), Gavino vive fino a vent’anni con il gregge tra i monti, strappato alla scuola, separato dalla lingua, escluso dalla collettività. Durante il servizio militare in continente, studia e prende la licenza liceale. Esplode allora la ribellione contro il padre che, di fatto e per necessità, è stato lo strumento della sua separazione. Esce dallo scontro vincitore, colmo di pietà e di terrore. Apologo sulla necessità di spezzare il potere autoritario e sul rifiuto del silenzio, ha nella colonna sonora e musicale (Egisto Macchi) il suo versante più inventivo. Pur con durezze didattiche e scorie intellettualistiche, è un film razionale e lucido che assomiglia al paesaggio sardo: ventoso e scabro, enigmatico e violento, soffuso di una luce che gli dà la nobiltà maestosa di un quadro antico. Un intenso Antonutti e un duttile Marconi nella parte di Gavino sono i protagonisti.

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