Accadde Oggi. Il 2 luglio 1883 nasceva lo scultore nuorese Francesco Ciusa – Pescheria di via Tirso – Tortolì

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Nato a Nuoro il 2 luglio 1883, figlio di un ebanista, da cui probabilmente apprese i primi rudimenti dell’intaglio e della scultura, Francesco Ciusa inizia la sua carriera proprio scolpendo ciò che conosce meglio: i mendicanti e i poveri, i soggetti a lui più vicini. L’esposizione di una tra le sue prime opere a Nuoro lo porterà ad ottenere un sussidio comunale, col quale riuscì a frequentare l’Accademia delle Belle Arti a Firenze. Il contatto con l’ambiente culturale e intellettuale toscano e con maestri come il pittore Giovanni Fattori e lo scultore Domenico Trentacoste, le suggestioni realiste e simboliste e l’approfondimento personale dell’opera di Donatello lasceranno in lui un’impronta significativa, convincendolo soprattutto della necessità di un’arte non slegata dalle istanze sociali. Tutto ciò tornerà con lui a Sassari al suo rientro in Sardegna, nel 1905 dove visse per un anno occupando un ambiente dello studio dell’amico pittore Giuseppe Biasi.

Nel 1907 arriva il vero successo di critica e di pubblico, con la scultura in bronzo de La madre dell’ucciso, ispirata ad un accadimento reale che aveva colpito l’artista da bambino. La statua rappresenta una donna accovacciata al suolo, raccolta su se stessa in una posa bloccata, ormai estranea a tutto, sola nel suo dolore assoluto e inconsolabile. La scultura, esaltata da Sebastiano Satta, verrà esposta alla Biennale di Venezia.

Dopo il felicissimo esordio, il giovane artista avvertirà più che mai la responsabilità di soddisfare le aspettative riposte in lui dall’ambiente intellettuale sardo, e per non tradire questa sorta di “investitura” sceglierà di non abbandonare l’Isola, declinando addirittura la proposta di dirigere un laboratorio di arti applicate negli Stati Uniti. Sposata Vittoria Cocco nel 1907, nel 1908 si trasferirà a Cagliari, dove diverrà animatore della scena culturale cittadina e darà vita, nel corso degli anni Dieci, ad alcune delle sue opere più note, appartenenti al ciclo I cainiti, ovvero una serie di figure atte a illustrare personaggi, riti e gesti quotidiani del mondo pastorale barbaricino. Il pane, La filatrice, Il nomade, Il dormiente, come anche le presenze tragiche del Cainita (l’uccisore del suo nemico) e della Dolorante anima sarda (la vedova di un marito assassinato), restano tutt’oggi rappresentazioni fortemente realistiche e allo stesso tempo simboliche della cultura isolana. L’approfondimento dei valori fondanti della società agropastorale sarda – la famiglia in primis – continuerà anche negli anni Venti, con opere più semplificate dal punto di vista formale e realizzate in un materiale inedito, lo “stucco a marmo”.

Negli anni della Grande Guerra, Ciusa sentirà profondamente il senso del sacrificio dei combattenti sardi: oltre a medaglie, targhe e lapidi, realizzerà l’album di illustrazioni I tuoi figli, Sardegna eroica! (1917), pubblicato a beneficio dei combattenti. Minore fortuna, invece, arriderà alle più drammatiche sculture in memoria dei soldati: l’opera L’ucciso (1921), in cui un pastore nudo è sdraiato a croce sul suo gregge di pecore, e il Monumento ai caduti di Iglesias (1922-23).

Durante gli anni del conflitto si interesserà anche alle arti applicate (alla ceramica in particolare), un argomento che di lì a poco sarà al centro del dibattito nazionale e che lo vedrà concorde nella rivalutazione generale del settore e nella valorizzazione delle produzioni regionali. Nel 1919 fonderà, sempre a Cagliari, la manifattura SPICA (Società per l’Industria Ceramica Artistica), che fino al 1924 produrrà piccoli manufatti di terracotta dipinta a freddo (scatolette, cofanetti, bomboniere, statuine, bassorilievi), ispirati alla tradizione popolare sia nei soggetti sia nei motivi decorativi, e con influenze sensibili della coeva corrente internazionale del Déco. Nel 1925 l’artista passerà a dirigere la Scuola d’Arte Applicata di Oristano, la prima della Sardegna, dove insegneranno, tra gli altri, anche i pittori Carmelo Floris e Giovanni Ciusa Romagna (suo nipote).

Sebastiano Satta e Francesco Ciusa

Quando l’istituto sarà costretto a chiudere (1929), Ciusa parteciperà alla fondazione della Famiglia artistica sarda, presto soppiantata dal neonato Sindacato Fascista Belle Arti, nei confronti del quale manterrà però un atteggiamento diffidente. Nel periodo della dittatura lo scultore non si troverà sempre a suo agio nel clima politico e culturale, e oltre ad alcune opere su commissione o a carattere ufficiale (tra le quali un busto di Mussolini) preferirà dedicarsi a lavori di dimensioni più ridotte o alla ritrattistica. In questo ambito spicca l’omaggio ad Attilio Deffenu, martire nuorese della Grande Guerra caduto sul fronte del Piave, per il quale Ciusa realizzerà la maschera funebre e un busto commemorativo (ora nella casa natale dell’eroe cittadino, sita lungo il Corso Garibaldi). Un soggiorno a Orgosolo tra il 1939 e il 1940 gli ispirerà infine le ultime importanti sculture, tra le quali Il fromboliere, il suo piccolo “David barbaricino”.

Il fromboliere

Pochi anni prima della morte – sopraggiunta nel 1949 dopo una lunga malattia – i bombardamenti su Cagliari del 1943 ne distruggeranno lo studio, e nessuna delle opere in esso custodite riuscirà a scampare al disastro. Identica sorte toccherà agli interventi decorativi da lui realizzati nel Palazzo Civico del capoluogo all’inizio degli anni Dieci – lo Scalone d’onore e la Sala dei Consiglieri.

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